«IL PIANO INDUSTRIA 4.0 È STATO UNO CHOC MA AVEVA PERSO LA SUA FORZA PROPULSIVA. CON TRANSIZIONE 4.0 L’ABBIAMO RILANCIATO. PENSANDO ALLE PMI»

del 08.07.2020

Marco Calabrò (MISE - Direzione Generale) anticipa i contenuti del Webinar di mercoledì 15 luglio

«Più che importante, per le imprese il Piano Transizione 4.0 è fondamentale. Lo è perché, per poter continuare a competere sia sui mercati domestici che esteri, indipendentemente da settore e dimensione, l’unica via è quella dell’innovazione. E con Transizione 4.0 lo Stato dà l’opportunità alle imprese di ridefinire non solo i prodotti e processi, ma i loro stessi modelli di business». A parlare è il dottor Marco Calabrò (MISE - Direzione Generale per la politica industriale, l’innovazione e le PMI) relatore d’eccezione del Webinar organizzato da Confapi Padova, in programma mercoledì 15 luglio alle ore 11.00 via Zoom.

A quali aziende si rivolge il piano Transizione 4.0, che mette a disposizione 7 miliardi per le imprese?

«Sin dalla sua genesi, con il piano Industria 4.0, poi ribattezzato Impresa 4.0 e ora Transizione 4.0, non vuole discriminare alcun tipo di azienda, introducendo misure accessibili a tutti. Ma questo approccio si è intensificato negli ultimi due anni cercando di intercettare un numero sempre maggior di aziende di piccole e piccolissime dimensione. E questo perché siamo partiti dalla constatazione che negli ultimi tempi gli investimenti sono tornati a scendere, e dalla consapevolezza che poche imprese potessero accedere all’iperammortamento. Super ammortamento e Iper ammortamento sono quindi stati tramutati in credito d’imposta».

Parliamo di due strumenti, Super ammortamento e iperammortamento, utilizzati soprattutto dalle grandi imprese.

«Noi abbiamo a disposizione solo i dati dell’anno fiscale 2017, per cui in realtà abbiamo una rappresentazione parziale e ferma al suo primo anno. Però, effettivamente, quei dati ci dicono che a sfruttare l’Iper ammortamento sono state per il 32,8% grandi imprese, per il 31,5% medie imprese, per il 27,2% piccole imprese e per l’8,5% micro imprese. Ecco perché nello scorso anno abbiamo pensato di conferire un approccio diverso al piano, incrementando il beneficio per gli investimenti fino ai 2,5 milioni di euro, quindi riconducibili anche ad aziende più piccole, il tutto partendo dal presupposto che gli investimenti medi delle piccole aziende in Italia sono inferiori ai 500 mila euro. In più, quest’anno abbiamo introdotto ulteriori novità modificando lo strumento: prima era applicabile soltanto per le imprese che producevano utili, mentre ora col credito d’imposta è accessibile anche alle imprese che adottanno un regime forfettario».

Quali i tipi di investimento contemplati?

«Il piano è complesso, ma questa è la sua forza, perché l’innovazione non è riconducibile a una sola azione da parte dell’impresa ma dalla loro integrazione: penso a investimenti in un nuovo parco di beni strumentali - e quindi macchinari -, alla riorganizzazione dei processi produttivi - e quindi immagino come strumento il credito d’imposta ricerca, sviluppo, innovazione e design - e in competenza per governarle - e penso a strumenti come il credito d’imposta in formazione 4.0 o i voucher legati alla managerialità. Per ogni azione, quindi, abbiamo a disposizione strumenti differenti, dal credito fino al 6% per un certo tipo di macchinario, al credito fino al 40% per un macchinario più evoluto sino al le aliquote differenziate a seconda delle attività legate alla formazione».

I dati dicono che l’effetto dirompente che il piano Industria 4.0 doveva avere sulla domanda di beni strumentali, per convincere l’industria italiana a uscire da quello “sciopero degli investimenti” durato oltre dieci anni, c’è stato. Nel 2017 e poi anche nel 2018 il consumo nazionale di beni strumentali è cresciuto in maniera impressionante, compreso quello dei beni “4.0”. Ma, come appunto sottolineava, gli indicatori economici sembrano indicare che la spinta sta esaurendo il suo corso.

«Questo è un punto interessante. C’è stato indubbiamente un effetto dirompente, i dati dicono questo e sono confortanti. Parliamo di investimenti addizionali attorno ai 12 miliardi da pare delle imprese, ma soprattutto di un incremento relativo a beni tecnologicamente avanzati che ha superato il 40%. Poi si è attenuata la domanda, un po’ per un evidente effetto rimbalzo, un po’ perché le imprese che già erano pronte a investire si andavano esaurendo: in altre parole, chi doveva fare investimenti li ha fatti nei primi due o tre anni. Di fatto nel 2017 abbiamo registrato un +46% di domanda interna di macchine utensili, nel 2019 un -24%. Ed è per questo motivo che ci siamo seduti attorno a un tavolo per riprogrammare il piano e ridargli slancio. Il cambio della regola da Iper e Superammortamento a credito d’imposta, la maggiore fluidità nella fruizione delle misure e il beneficio più rapido e scontabile in tempi più immediati a nostro avviso dovrebbero riuscire nell’intento. Poi è chiaro che con quanto è accaduto con l’emergenza Covid una frenata è lecita, ma la scelta di svincolare il finanziamento dall’utile, appunto adottando il credito d’imposta, è ancora più vincente dopo il Covid-19: tenete presente che prima dell’epidemia a produrre un utile era il 40% delle imprese italiane, ora il dato peggiorerà ulteriormente. Ecco perché crediamo fortemente in quanto stiamo facendo».

Diego Zilio

Ufficio Stampa Confapi Padova

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