SENECA, PIONIERA DELL’AUTOMAZIONE INDUSTRIALE: «QUANDO SIAMO NATI QUESTO SETTORE NEMMENO ESISTEVA»

del 30.09.2020

Egidi: «Ho sviluppato decine di prototipi ceduti ad altri. Tenendoli forse saremmo diventati ricchi, ma non mi pento di nulla»

Innanzitutto il nome. Si tratta di un’azienda che si occupa di automazione industriale e ti attendi qualcosa legato alla meccanica o all’elettronica, o magari quello del titolare. E invece la “dedica” è per un filosofo latino. «Seneca ci ha ispirato dandoci il nostro motto: “Dietro a ogni difficoltà si nasconde un’opportunità”. Quando abbiamo iniziato noi, occuparsi di elettronica in Italia era una follia, non lo faceva nessuno. Lo sapevamo, ma sapevamo anche che, se ci fossimo riusciti, avremmo colmato un vuoto, affermandoci», spiega Pierluigi Egidi, 68 anni, origine aquilane, arrivato a Padova per studiare e poi rimasto a viverci. È il titolare di Seneca, azienda padovana attiva da oltre trent’anni nel settore dell’automazione industriale.

E dal motto di Seneca, in fondo, parte la sua esperienza di imprenditore.

«Ormai più di quarant’anni fa. Appena laureato in ingegneria idraulica, con una tesi sugli impianti di depurazione, ho ricevuto diverse offerte, tra cui una a Seveso, dove si era appena verificato il disastro dell’Icmesa. Lavoravo da libero professionista, un po’ come si usa oggi, occupandomi di un prodotto destinato alle centrali nucleari. Ho girato molto anche all’estero e mi si è aperto un mondo, perché mi sono accorto della necessità di automazione che esisteva nelle fabbriche. Mi venne l’impulso di costruire apparecchiature che all’epoca ancora non esistevano, da destinare, appunto, all’automazione degli impianti. Tenete presente che i microprocessori ancora non c’erano: si utilizzavano sistemi pneumatici e meccanici, si cominciava appena a parlare di elettronica analogica e di certo non di quella digitale miniaturizzata di oggi. Avevo poche risorse e la crescita nei primi anni è stata lenta, ma siamo riusciti a partire».

Subito in proprio, da vero self made man.

«Ero l’imprenditore di me stesso. Appena ho visto che si allargava il mercato ho cercato un socio, poi un altro, poi ho iniziato ad assumere persone e, negli anni, a costituire società, in tutto otto o nove, da cui sono uscito per farne crescere altre. In Seneca sono rimasto perché ho avuto a disposizione le risorse che servivano a crescere e, all’inizio, ho fatto un po’ tutto: il tecnico, il commerciale, l’imprenditore. Un bocconiano direbbe che è sbagliatissimo, ma credo che tre quarti degli imprenditori veneti siano partiti così, tolti i figli di papà e chi è a capo di un’azienda attraverso intrallazzi politici. All’epoca “urlavo” quanto fosse importante il telecontrollo, oggi i fatti mi hanno dato ragione».

Qui si aprirebbe la parentesi sull’evoluzione del concetto stesso di lavoro. Spingendosi più in là verrebbe da chiedersi se le macchine arriveranno mai a toglierlo all’uomo.

«E io rispondo di no. Faccio un esempio: il fontaniere girava tra i pozzi delle nostre case per vedere se l’acqua arrivava, oggi ci sono dispositivi molto economici che avvertono se ci sono problemi e qual è il livello delle pompe. Dove prima servivano 20 persone oggi ne basta una. Ma gli altri 19 fanno cose più utili, in cui serve il cervello. È un po’ quello che si verifica nel momento in cui l’obliteratrice degli autobus sostituisce il bigliettaio. Dove prima c’era un tecnico che stava con la testa sotto al solvente, oggi c’è una macchina: è vero che anche quello era un lavoro, ma il lavoro di una persona che rischiava la vita. E io ritengo che gli uomini non saranno mai sostituiti perché ci sono tantissime operazioni che le macchine non potranno mai svolgere. L’uomo deve occuparsi di ricerca, deve costruire, perché le macchine non si fabbricano da sole come nei libri di fantascienza che leggevamo da piccoli. L’uomo deve inventarsi, per restare su un argomento attuale, il modo di produrre i reagenti necessari per tamponi di massa più rapidi. Il telecontrollo fa fare passi avanti, non indietro, e sempre più sarà così».

Riflessione affascinante. Ma lo è anche la storia di Seneca.

«Che nasce nell’86 come piccola società di ingegneria, sviluppando prodotti per altri. Penso al primo fermentatore per cellule della Fidia Farmaceutici, sviluppato tutto in casa e poi capace di ricevere premi in ambito specialistico. Non avemmo la forza e la voglia per seguire quella strada, altrimenti forse oggi parleremmo di un’altra azienda, diversa da questa. Abbiamo fatto decine e decine di impianti prototipi».

C’è un po’ di rammarico in queste parole?

«Ma noi sparavamo a qualsiasi cosa volasse! E no, non mi pento di nulla. Mi ritengo fortunato perché ho sempre fatto tantissime cose. Come imprenditore avrei potuto sviluppare meglio un singolo settore, certo. Ma oggi Seneca è leader in Italia di alcuni prodotti, ad esempio nel trasmettere segnali fisici che riguardano pressione e temperatura negli elaboratori che devono analizzarle. Va anche detto che l’Italia è molto indietro nella certificazione di prodotti elettronici, quello che servirebbe per poter vendere nel mercato degli Stati Uniti».

Quanto incide l’estero nel vostro fatturato?

«Il mercato italiano pesa all’incirca per il 65%, quello estero per il restante 35%. Oggi abbiamo una sessantina tra dipendenti, soci e collaboratori, quasi tutti laureati, e nel 2019 abbiamo fatturato quasi 14 milioni di euro. Siamo una società piccola, ma altamente specializzata».

Qualche anno fa anche lei fu tra gli imprenditori interpellati nell’inchiesta con cui Confapi lanciò l’allarme sullo scollamento tra mondo della scuola e lavoro. Nel frattempo è cambiato qualcosa nel vostro campo?

«No. Tutto è rimasto fermo, abbiamo molte difficoltà nel trovare persone orientate nel nostro lavoro. Nel software le cose stanno cambiando, nell’hardware stanno addirittura peggiorando. E nella formazione universitaria esistono lacune pesantissime».

Diego Zilio

Ufficio Stampa Confapi Padova

stampa@confapi.padova.it

 

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