«UN TORNIO, DUE TRAPANI E UNA FRESA: NOI SIAMO PARTITI COSÌ. OGGI ABBIAMO 30 DIPENDENTI E CONTINUIAMO A CRESCERE»

del 22.07.2020

Intervista a Giancarlo Testolin, presidente di Ascot Srl:  «Alla crisi del 2008 abbiamo reagito ampliando la produzione. E non ci fermeremo neanche con la pandemia»

«Saper vedere quel che ancora non c’è e, soprattutto, saperlo tradurre in realtà». Nel suo motto c’è tutta la filosofia di Ascot srl, compresa quella voglia di guardare avanti, mantenendo solide radici nel suolo, che caratterizza ogni impresa riuscita. Sarà anche per questo che, parlando con Giancarlo Testolin dell’azienda di cui è presidente - e che si occupa di progettazione, lavorazioni meccaniche Cnc, automazione e assemblaggi di particolari meccanici, macchine per la finitura di legno e metalli - a colpire è proprio la visione del futuro, che non è venuta meno neanche nei periodi più difficili. Ed è proprio quella visione che, partendo da un tornio, due trapani e una fresa manuale 36 anni fa, ha consentito ad Ascot di arrivare dove è oggi.

Storia particolare, la vostra.

«Siamo nati nel 1984 grazie alla iniziativa dei titolari di mio papà e dei miei attuali soci, Fausto Brogio e Fabio Nalesso, che lavoravano assieme nella stessa azienda di macchine da legno. All’epoca io avevo appena terminato gli studi e, tra l’altro, dovetti subito farmi da parte per il servizio militare: ricordo ancora che dovetti chiedere un permesso speciale per poter tornare a casa e firmare l’atto notarile della sua costituzione».

Da allora di acqua ne è passata.

«Ci siamo ingranditi nel corso degli anni e da subito abbiamo capito che non potevamo dipendere da un unico committente, cosi cominciammo ad allargare la nostra clientela e ad arrivare all’attuale trentina di dipendenti, con un fatturato attorno ai 3,7 milioni, di cui il 15% circa arriva dall’estero. Partivamo da un capannone di circa 400 metri quadrati, poi abbiamo affittato quello attiguo di altri 600 e via via ci siamo ampliati fino ai 1.500. Tra il 2006 e il 2007 la svolta, perché abbiamo dovuto prendere una decisione: rimanere nel nostro piccolo o fare un salto di qualità».

E avete fatto il salto…

«Sì, abbiamo acquisito l’area dove siamo adesso, trasferendoci in un capannone industriale di circa 4.500 metri quadrati in via Caltana, sempre a Campodarsego. Ricordo che all’inizio ci siamo trovati un po’ spaesati nel nuovo spazio, ma via via l’abbiamo riempito con nuove attrezzature. Tanto che ora ci va abbastanza stretto e abbiamo preso in affitto altri 800 metri quadrati dove abbiamo trasferito la saldatura della carpenteria che lavoriamo».

Ed è arrivata subito la grande crisi del 2008-2009.

«Siamo riusciti a stare in piedi, facendo diversi sacrifici. Avevamo appena iniziato, occorreva pagarlo. Siamo riusciti a onorare i nostri impegni finanziari e ad andare avanti. Ricavandone un insegnamento».

Quale?

«Quella non era la prima crisi che l’Italia attraversava, anche se le altre ci avevano toccato solo di striscio. Ci siamo resi conto del fatto che le crisi sono cicliche e che bisognava creare le condizioni perché, quando se ne sarebbe presentata un’altra, fossimo più preparati ad affrontarla. Per riuscirci occorreva investire. Noi avevamo lo spazio per ampliare la nostra produzione attraverso attrezzature più importanti e abbiamo deciso di provarci. Con le nuove attrezzature ci siamo potuti proporre a nuovi clienti, aumentando il nostro giro di lavoro e incrementando i settori a cui ci rivolgevamo. I fatti ci hanno dato ragione».

Da una crisi all’altra, quella mondiale innescata dalla pandemia.

«L’abbiamo vissuta come molti altri, peraltro anticipando la chiusura già una settimana prima del lockdown proprio per poterci prendere del tempo per inquadrare la situazione. Sono stati due mesi duri, ma per fortuna, avendo noi sempre onorato i pagamenti ai nostri fornitori, quando abbiamo chiesto di poterli dilazionare nessuno ci ha detto di no. Oggi abbiamo ripreso all’90% delle nostre possibilità: riuscire quantificare quanto elevate saranno le perdite non è semplice, credo tra il 10 e il 20% rispetto al 2019. Uno dei problemi per un’azienda come la nostra quando si parla di “ripartenza” è che occorre tenere presente che dopo due mesi di inattività per tornare a regime ne servono un altro paio tra lancio ordini, approvvigionamento dei materiali, lancio delle commesse, processi di lavorazione e trattamenti. Non basta premere un interruttore per rimettersi in moto».

E anche a questa crisi rispondete con gli investimenti?

«Sì, ed è una bella sfida. Avevamo previsto l’acquisto di una macchina utensile legata a Industria 4.0 dal valore di più di un milione di euro, approfittando anche di un bando Avepa vinto collaborando con Confapi Credit. Col lockdown ci siamo un po’ fermati, ma fortunatamente la scadenza per utilizzare il finanziamento è stata prorogata di tre mesi, portandola al 1° settembre 2021. Non è molto ma ci dà un po’ di respiro, tenendo presente che un investimento del genere va programmato almeno 10 mesi prima. Diciamo che negli ultimi anni circa il 10% del nostro fatturato viene investito nell’acquisto di macchinari e attrezzature, tant’è che abbiamo rinnovato tutto il parco macchine. Se ripenso a quando partimmo, avevamo un tornio parallelo Breda, due trapani radiali e una fresa Saimp manuale… ne abbiamo fatti “di trucioli e sudore”.

A proposito di investimenti, continuate a ingrandirvi…

Nel corso della nostra attività non ci siamo mai negati a nuove imprese e posso dire di aver avuto sempre qualcosa da imparare ogni volta che ci mettevamo in qualche nuovo business. Attualmente fa parte del nostro gruppo anche la 2FC Impianti, che si occupa di sistemi automatici e manuali di verniciatura, cabine, stanze pressurizzate, impianti di aspirazione, pompe di verniciatura e ricambistica: era di proprietà di un nostro cliente e stava per chiudere, così l’abbiamo conglobata all’interno di un’altra azienda del nostro gruppo, la Mekanica Service. Non da ultimo assieme ad altri soci da circa un anno abbiamo acquisito un ramo d’azienda dalla società che ci aveva fatto nascere e che ora ha chiuso, il tutto per diversificare il nostro campo di intervento».

Diego Zilio

Ufficio Stampa Confapi Padova

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