L’ipotesi di riforma determinerebbe un drastico taglio delle retribuzioni (oltre il 20% nel settore metalmeccanico) con conseguenti minori entrate per le finanze pubbliche fino a 1 miliardo tra IRPEF e INPS. Il presidente di Confapi Padova Marco Trevisan: «In un territorio a fortissima vocazione industriale non possiamo accettare imprese “mascherate” da artigiane».
Confapi ribadisce la netta contrarietà alle ipotesi di riforma del settore artigiano all’esame del Governo circolate negli ultimi giorni e chiede all’esecutivo di fare un passo di lato, in un momento fondamentale per i rapporti con mondo datoriale e sindacale. La riforma del settore, innalzando impropriamente fino a 50 il numero dei dipendenti delle imprese artigiane, porterebbe a una distorsione della concorrenza con le Pmi industriali, a un impoverimento dei lavoratori per una sensibile riduzione delle retribuzioni e a un ammanco per le casse pubbliche di circa un miliardo tra contributi previdenziali e Irpef. Ulteriore conseguenza per i lavoratori: la riduzione dei salari porterà in futuro a pensioni più basse.
«Il nostro territorio, che vanta un tessuto produttivo a fortissima vocazione industriale, rischia di risentire in modo particolare delle distorsioni che questa riforma potrebbe introdurre», dichiara Marco Trevisan, presidente di Confapi Padova. «In una fase nella quale alle imprese viene chiesto di investire, innovare e competere sui mercati internazionali, l’ultima cosa di cui il sistema produttivo ha bisogno è una riforma che introduca nuove disparità. Il tema non è contrapporre artigianato e industria, ma garantire condizioni di concorrenza corrette e tutelare il lavoro. Se si innalzano i limiti dimensionali senza intervenire sulle differenze di costo e di trattamento, il rischio è quello di consentire a imprese che hanno ormai caratteristiche industriali di mantenere i vantaggi riservati all’artigianato. Se un’azienda arriva ad avere 50 dipendenti e opera di fatto come un’industria, deve applicare i contratti dell’industria e confrontarsi sul mercato alle stesse condizioni delle altre Pmi industriali. È una strada che va attentamente ripensata».
L’ipotesi di riforma va nella direzione opposta rispetto ai temi del confronto in corso tra le Organizzazioni Datoriali e Sindacali comparativamente più rappresentative, per la riscrittura degli Accordi Interconfederali sulla rappresentanza e sulla contrattazione in attuazione del DL sul salario giusto. Principali obiettivi della trattativa infatti sono il contrasto al dumping contrattuale, la definizione delle regole della contrattazione collettiva e la salvaguardia del potere di acquisto dei salari. Secondo le ipotesi circolate, la riforma cambierebbe non solo le dimensioni delle imprese artigiane, ma lo stesso inquadramento normativo, consentendo, tra l’altro, l’apertura di nuove unità locali al di fuori della circoscrizione della Camera di Commercio di appartenenza. Di fatto si darebbe alle imprese artigiane, che godono di privilegi fiscali specifici non riconosciuti alle PMI industriali, lo status di azienda industriale. Si creerebbero piccole e medie imprese industriali mascherate da artigiane. Per Confapi la situazione è inaccettabile: a parità di dimensioni e operatività, un’impresa artigiana potrà accedere ad aiuti, sovvenzioni e bandi regionali preclusi alle Pmi industriali.
Se le imprese artigiane vogliono strutturarsi come piccole industrie, a detta di Confapi devono rinunciare ai benefici del loro status di aziende artigiane e applicare i contratti dell’industria a parità di costi e quindi di retribuzione rispetto a tutte le altre PMI industriali.
COSTI ALTISSIMI PER LO STATO: BUCO FINO A 1 MILIARDO
Secondo uno studio elaborato da Confapi, l’intervento determinerebbe minori entrate annue per lo Stato stimate in circa 1 miliardo, con differenziali maggiori a seconda dei settori coinvolti. A questa cifra si arriva considerando il calo delle retribuzioni (e quindi minor gettito Irpef) e contributi previdenziali versati all’Inps (calcolati su una retribuzione più bassa).
Nel dettaglio, con l’applicazione del contratto artigiano si determina una riduzione retributiva media di oltre il 20% da circa 35.000 a meno di 27.000 euro. Anche gli oneri contributivi all’INPS crollerebbero da circa 9.800 euro nelle PMI a 6.000 euro nell’artigianato per ogni dipendente.
Nella foto Marco Trevisan
Diego Zilio
Ufficio Stampa Confapi Padova