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USA, EUROPA E CINA: COME IMPATTANO LE POLITICHE SUI PREZZI E PERCHÈ IL TEMPISMO CONTA

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Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, ha chiesto al prof. Roberto Antonietti - Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “Marco Fanno” dell’Università di Padova - di analizzare le cause che stanno dietro all'enorme rincaro dei prezzi delle materie prime e di ipotizzare il loro comportamento nei prossimi mesi. Ecco la sua dettagliata analisi.

 

di Roberto Antonietti

Professore Associato di Politica Economica

Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “Marco Fanno”

 

La pandemia di coronavirus SARS-Cov2 che ha colpito Italia e mondo intero a partire dal febbraio 2020 non solo ha generato fino ad ora qualcosa come oltre 160 milioni di contagi e oltre 3 milioni di morti, ma ha anche causato quella che probabilmente è la più vasta e profonda crisi economica dell’era moderna, con impatti recessivi su PIL, occupazione, investimenti e commercio estero. Gli organismi di governo internazionali, nazionali e locali sono chiamati da oltre un anno alla messa in atto di numerosi interventi di politica economica non solo per mitigare gli effetti immediati della pandemia sul fronte sanitario ed economico, ma anche per rilanciare la ripresa dei territori nel prossimo futuro.

Da diversi mesi, tuttavia, la pandemia sta generando un ulteriore effetto di cui si sta sentendo discutere poco a livello mediatico, ossia il forte e generalizzato aumento del prezzo delle materie prime. Se guardiamo al susseguirsi degli eventi, il primo trimestre del 2020 è stato caratterizzato dal crollo dei consumi in Cina, paese per primo colpito dalla pandemia e dalle conseguenti chiusure delle attività. Il secondo trimestre 2020 si caratterizza per la rapida ripresa dell’economia cinese, con il contestuale calo dei consumi (soprattutto di petrolio) in Europa e negli Stati Uniti, che ha di fatto rallentato la dinamica di ripresa dei prezzi, soprattutto per beni agricoli e metalli. Il terzo trimestre 2020, invece, è un periodo di grande incertezza sui mercati:  le parziali riaperture delle attività e la conseguente ripresa della domanda, si accompagnano all’incertezza sull’evoluzione della pandemia, nonché ad alcuni annunci di policy quali l’adozione della plastic tax e dei dazi sull’acciaio (non dimentichiamo la sottostante guerra dei dazi tra USA e Cina) e ai ritardi nella ricostituzione dei magazzini, che creano uno sfasamento tra domanda e offerta che, a sua volta, si riflette in una prima accelerazione dei prezzi. Il quarto trimestre 2020 e il primo trimestre 2021 si caratterizzano, invece, per una più decisa ripresa dei consumi e delle attività economiche globali e dall’annuncio di politiche fortemente espansive da parte dei governi nazionali ed internazionali, con in testa Cina e Stati Uniti. È proprio qui che assistiamo ad un’accelerazione della domanda per materie prime non seguita dall’adeguamento dell’offerta, con conseguenze pressoché immediate sul rialzo dei prezzi.

A questo proposito, se tra gennaio e giugno 2020 abbiamo assistito ad un calo nei prezzi delle materie prime energetiche, il periodo successivo è caratterizzato non solo dalla netta ripresa del prezzo di petrolio e correlati, tornati quasi ai livelli di fine 2018, ma soprattutto da una netta accelerazione nella crescita del prezzo delle materie prime metallifere e agricole (Banca Mondiale, 2021). Di fatto, il prezzo della quasi totalità delle commodities ha superato il suo livello pre-pandemia, con materie prime, come il rame, che hanno fatto registrare a marzo 2021 un aumento della propria quotazione al metro di circa il 50% più elevata rispetto al primo trimestre 2020.

A spiegare queste dinamiche globali concorrono diversi fattori, che rendono il quadro abbastanza complesso. Per prima cosa occorre distinguere tra le diverse materie prime, dato che ogni mercato è caratterizzato da specifiche dinamiche che vanno ad influire sulle reattività delle quotazioni alle condizioni di mercato. Poi occorre distinguere tra shock transitori e permanenti nei prezzi, dovuti, a loro volta, a fattori di domanda e di offerta. Terzo, occorre includere l’effetto delle politiche di stimolo fiscali e monetarie adottate dai vari governi nazionali e internazionali. Infine, ad incidere sui prezzi delle materie prime e sulla loro volatilità, intervengono anche le manovre speculative dei grandi investitori finanziari. La letteratura macroeconomica che si occupa delle determinanti dei prezzi delle commodities si divide in due: da una parte gli studi che distinguono tra componenti transitorie e permanenti del ciclo dei prezzi, dall’altra gli studi che identificano le principali determinanti delle variazioni dei prezzi, come la domanda aggregata globale, la domanda specifica per le singole commodity e i fattori di offerta specifici di commodity.

Andiamo con ordine. Il primo elemento che ha sicuramente inciso sulle dinamiche di prezzo delle materie prime riguarda l’adozione dei pacchetti di stimolo da parte delle principali economie avanzate ed emergenti. Il fatto che i governi cinese e americano prima, e dell’Unione Europea poi, abbiano adottato (o stiano adottando) degli ingenti pacchetti di stimolo fiscale per rilanciare le proprie economie rappresenta un forte impulso dal lato della domanda. Questa accresciuta domanda va poi accompagnata da un contestuale cambiamento nelle preferenze dei consumatori, sempre più orientati al commercio digitale e sostenibile, nonché all’accelerazione nella transizione digitale ed ecologica e ai corposi piani di investimento in infrastrutture fisiche di Stati Uniti e Cina. Sono questi i tipici fattori di natura transitoria legati prevalentemente al ciclo economico, solitamente di durata 2-8 anni, e che incidono maggiormente sui prezzi delle materie prime di natura metallifera, mediamente più sensibili alla domanda proveniente dai settori industriali più pesanti ed esposti al ciclo economico (edilizia, metallurgia, siderurgia, chimica). A queste tendenze di breve periodo possono accompagnarsi alcune dinamiche di medio termine (di durata tipica di 8-20 anni) legate a politiche di investimento, specialmente riguardanti le materie energetiche (si pensi ad esempio allo sviluppo e crescente richiesta delle fonti rinnovabili, alla nuova offerta di petrolio proveniente dal Mare del Nord o dal Messico, o all’aumento di efficienza nelle forniture da parte dei paesi dell’ex blocco sovietico). Shock di natura permanente, invece, sembrano riguardare prevalentemente i beni agricoli ed energetici, causati dell’esaurimento delle risorse e dal cambiamento tecnologico (come, ad esempio, lo sviluppo della tecnologia per l’estrazione del petrolio di scisto, o shale oil, che ne ha reso gli USA un paese esportatore netto dal 2019).

Accompagnato da un contestuale periodo di debolezza del dollaro, tutto questo ha portato ad un aumento nel prezzo di diverse commodities, quali petrolio, rame, stagno, nickel, legno, carta, plastica (PVC, polipropilene e LDPE in testa), alluminio, e acciaio (soprattutto HRC e CRC), che hanno colpito numerosi settori economici (soprattutto legno e carta, meccanica, metallurgia e alimentare). Tra queste, notevole l’aumento del prezzo perfino di metalli preziosi come platino e palladio, ampiamente utilizzati per la produzione delle marmitte catalitiche, e della carta da macero, tra i principali componenti del packaging delle merci che ordiniamo via web e che facciamo viaggiare tra confini nazionali. 

Se le politiche espansive incidono, ed incideranno, sul fronte della domanda, occorre anche soffermarsi su quello dell’offerta. Se l’offerta di petrolio è pressoché interamente regolata dall’OPEC (e le dinamiche di prezzo del gas naturale sono fortemente correlate con quelle del petrolio stesso), diverso è il discorso per i metalli (ferrosi e non) e i beni agricoli. Per questi, diversi fenomeni hanno contribuito a ridurre o rallentarne la produzione. Gli scioperi dei lavoratori nei comparti estrattivi e portuali in Cile e i rallentamenti delle attività estrattive in Perù hanno, ad esempio, frenato la produzione mondiale di rame. La produzione di minerali ferrosi ha, invece, risentito del rallentamento delle attività estrattive in Australia. Il rallentamento della produzione di alluminio e acciaio dalla Cina, inoltre, ha contribuito, tra l’altro, a contrarre l’offerta di container per il trasporto delle merci, allungando i tempi di consegna e provocando un forte aumento nei costi di logistica. 

Per alcuni beni agricoli, invece, si registra un forte aumento di prezzo particolarmente in alcune aree del pianeta, come l’America Latina, colpite da alcuni fenomeni naturali avversi che ne hanno limitato la produzione, mentre l’offerta globale di tali beni, sebbene inferiore alla media 2001-2020, sembra tutto sommato soddisfacente.

Se si va a guardare quali fattori hanno influenzato maggiormente i prezzi alle varie categorie di materie prime si nota come i fattori di domanda aggregata globale (quindi legati a fenomeni di espansione produttiva, urbanizzazione, rapida industrializzazione o politiche economiche espansive) e di domanda specifica di commodity rappresentino i driver più significativi della volatilità dei relativi prezzi, con l’eccezione di rame e stagno i cui prezzi sembrano storicamente molto influenzati anche da variazioni dal lato dell’offerta. Per quanto riguarda i beni agricoli, invece, l’aumento dei prezzi sembra più collegato a specifiche dinamiche di domanda (come l’accresciuta richiesta di mais e soia dalla Cina) e di offerta, legate perlopiù ad eventi climatici, o a cambiamenti permanenti nella struttura delle preferenze o al progresso tecnico. Infine, i prezzi delle materie prime energetiche, petrolio in testa, sembrano essere maggiormente guidati da dinamiche di medio termine, legate a tecnologia, investimenti e politiche.

Infine, occorre ricordare come molte commodity fungano anche da asset nei mercati finanziari. Nella misura in cui, alla luce dell’evolversi della pandemia e delle relative risposte di policy, le aspettative dei grandi investitori si orientino verso una rapida ripresa dei consumi e degli investimenti globali (trainati da USA e Cina), ecco che assistiamo a fenomeni speculativi che vanno ad accentuare gli aumenti di prezzo di molte materie prime, tra loro correlate. 

Alla luce del quadro appena descritto, quali sono le previsioni sull’andamento dei prezzi per i prossimi mesi ed anni? Una risposta univoca a questa domanda, di fatto, non esiste, date la forte eterogeneità nei comportamenti delle commodity.  

Secondo le previsioni della Banca Mondiale (2021) e di Intesa San Paolo (2021), il prezzo del petrolio e delle materie energetiche correlate (gas naturale e carbone) dovrebbe assestarsi ad un +30% nel 2021, seguito da un incremento molto inferiore nel 2022, grazie ad un graduale aumento nell’offerta di petrolio concordato dall’OPEC, a meno del verificarsi di dinamiche inattese della pandemia o di ulteriori shock indotti dalla produzione americana di shale oil. Correlati al petrolio, anche diversi beni agricoli (come il grano) potrebbero vedere un graduale assestamento (comunque al rialzo rispetto al 2019) dei prezzi nel 2022, a causa dell’adeguamento dell’offerta e al rallentare della speculazione finanziaria. Per quanto riguarda le risorse metallifere, se il 2021 registrerà un aumento medio dei prezzi pari a circa il 30%, il 2022 potrebbe vedere una riduzione dei prezzi, indotta dall’adeguamento dell’offerta mondiale ed al rallentamento della speculazione finanziaria.

Tuttavia, occorre specificare alcuni punti: (i) i prezzi medi, sebbene previsti in calo dal 2021 al 2022, rimarranno comunque più elevati dei loro livelli precedenti alla pandemia (ad eccezione, forse, per il petrolio); (ii) gran parte di queste variazioni sembrano di natura transitoria, soprattutto per quanto concerne le materie energetiche e agricole, e legate alla dinamiche di prezzo del petrolio; (iii) laddove possono intravedersi shock di natura permanente, questi riguarderanno essenzialmente le materie prime coinvolte nella transizione digitale ed ecologica (e dalla conseguente elevata domanda industriale), come rame, platino, palladio, argento, nickel, legno, stagno e alluminio.

Qual è l’impatto di tutto questo per le imprese italiane? Inutile sprecarsi in proclami troppo ottimistici. I rincari prima descritti nelle quotazioni delle materie prime hanno contribuito, contribuiscono e contribuiranno ad aumentare i costi di produzione, soprattutto nei comparti manifatturieri (per tutto il 2021, mentre leggermente più rosee appaiono le prospettive per il 2022 quando il rincaro di diverse commodity rallenterà). Questo aumento dei costi, accompagnato dalla lentezza a adeguare al rialzo i listini dei prezzi, si innesta in un’attuale situazione di grande sofferenza per le imprese, che hanno visto ridursi notevolmente i margini operativi, il mark-up e, di conseguenza, i flussi di cassa e le risorse per gli investimenti. Il quadro che si annuncia per i prossimi mesi è sicuramente di stress: ad imprese (e famiglie) in difficoltà economica, si potrebbero anche aggiungere dei potenziali rialzi del tasso di inflazione. La rapidità e l’efficacia dei piani di rilancio in USA, Europa e Cina, e le conseguenti ricadute (o spillover) negli altri paesi, risulteranno essenziali per il sostegno delle attività economiche e dei redditi, con il rischio, però, che le attuali dinamiche di prezzo delle materie prime possano rallentarne, o annacquarne, gli effetti di breve periodo.

 

Riferimenti bibliografici:

Banca Mondiale (2021), Commodity markets outlook, World Bank Group, aprile. Disponibile presso: https://www.worldbank.org/en/research/commodity-markets

Intesa San Paolo, Commodity Flash: https://group.intesasanpaolo.com/content/dam/portalgroup/repository-files/macro/en/commodities/cof/2021/05/20210511Cof_eng.pdf

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