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«STAVO PER MOLLARE TUTTO, POI MI HANNO CHIAMATO MOSCHINO E TRUSSARDI. E NON MI SONO PIÙ FERMATO»

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All’estero con l’anima veneta («Anzi, orgogliosamente “made in Padova”»). Arturo Gomiero racconta Soraman 

Questione di accenti. Per essere precisi, qui cadrebbe sulla seconda “a” e non, come si sarebbe portati a pensare, sulla “o” della prima sillaba. Sembra un dettaglio di poco conto, ma poi sono i dettagli a fare la differenza. E in questo caso la fa. Soraman andrebbe letto alla veneta, Soramàn. «Perché soraman, o soramanego, in dialetto sta a indicare la pialla grande», spiega Arturo Gomiero, fondatore di quest’azienda di Rubano specializzata in progettazione, produzione e montaggio di mobili per interni, che lavora perlopiù all’estero con i più grandi brand della moda mondiale.

Partiamo dall’inizio, come nasce l’Arturo Gomiero imprenditore?

«Quando studiavo all’Accademia delle arti di Venezia, per guadagnarmi da vivere facevo disegni per gli interni dei negozi e da lì sono sempre rimasto nel campo dell’arredamento. Ma la mia attività imprenditoriale vera e propria parte nel 1996. Ero dipendente in un’azienda del settore, ma mi ero stancato di lavorare per qualcun altro e ho deciso di mettermi in proprio. In realtà pensavo di uscire del tutto da questo campo, ma mi trovavo a Parigi e stavo terminando un lavoro quando un responsabile di Moschino ha saputo che mi ero staccato dall’azienda precedente e mi ha chiesto una mano per arredare un negozio a Milano. Io gli ho detto subito di no. “Guarda, non sono nessuno, come pensi che possa aiutarti?” Lui mi ha risposto: “Voglio te, organizzati”. Io: “Non ho soldi per cominciare a fare quello che ti servirebbe”. E lui: “Non ti preoccupare, ti do io quello che ti serve”. Abbiamo iniziato così, in centro a Milano, in via Sant’Andrea, ed è andata bene».

Bell’attestato di stima e fiducia per chi, allora, di fatto debuttava.

«Mi ha spinto a parlarne con quelli che sono diventati i miei soci e con le persone che potevano entrare in attività con me, pensando più in grande. Fatto sta che un responsabile di Trussardi ha visto quello che stavano facendo e mi ha chiesto di fare la stessa cosa per loro, arredando un negozio a Firenze. Anche quello è andato bene, tanto che la direzione di Trussardi poco dopo mi contattò per un nuovo punto vendita a Tokyo. “Ma cosa c’entro io?”, ho risposto. E loro: “Vogliamo che sia tu”. Non nascondo che la cosa in realtà mi allettava, anche perché il Giappone mi incuriosiva. Ci siamo incontrati a Milano e ho dato la mia disponibilità, a patto che il contratto non fosse più lungo di tre pagine, perché non sono un avvocato e non volevo assolutamente dovermi preoccupare di questioni legali. Me ne hanno fatto uno da una pagina e mezza».

E così è nata Soraman.

«Non ancora. Commissione dopo commissione l’attività era avviata. All’epoca eravamo due soci, io e Lucio Cattelan, che è ancora con me. Quando è entrato il terzo socio, Paolo Celeste, abbiamo costituito Soraman, partendo alla pari. Era il 2009. L’idea di chiamarsi così è stata sua. L’abbiamo scelto perché più ancora che veneti ci riteniamo padovani e abbiamo voluto un nome che rappresentasse la nostra anima. In più si prestava bene per via dell’assonanza anglofona. Non abbiamo voluto inserire i nostri cognomi perché non ci sembrava giusto, non essendoci solo noi: siamo a capo di una filiera di artigiani che lavorano il legno, il ferro e i tessuti e usiamo manodopera quasi tutta veneta. In nostro, appunto, non è made in Italy ma made in Padova».

Come scegliete i vostri collaboratori?

«Intanto diciamo che noi affianchiamo i progettisti dei vari brand: l’idea non parte da noi, perché ogni brand ha il suo family face. Per quanto riguarda i nostri dipendenti sono assunti quasi tutti al primo impiego e vengono da studi di architettura o da geometra. Ma devono imparare “la nostra lingua”, se capite quel che voglio dire, non possono farlo a scuola. È quasi meglio che arrivino qui senza conoscerla, a patto che abbiano la voglia di apprendere. E io dico sempre che tutti i lavori sono onorevoli allo stesso modo, non è che la boutique di New York vale più del fruttivendolo sotto casa, dipende dalla propria indole e dalla passione che ci si mette. Con noi ci sono 14 persone a cui aggiungere le risorse esterne alle quali ci appoggiamo all’estero per questioni burocratiche: ci lamentiamo della nostra burocrazia ma non avete idea di quali vincoli ci siano per lavorare in giro per il mondo».

E voi state molto all’estero.

«Fino a dieci anni fa non era così: Milano era la piazza più importante, con tre o quattro cantieri all’anno. Abbiamo lavorato per il Teatro della Scala e il Conservatorio. Oggi siamo impegnati quasi solamente all’estero, diciamo per il 95%, ma per fortuna con i migliori brand del mondo. Ma non siamo stati noi a sceglierli, bensì loro a volere noi e a continuare a chiamarci. Siamo entrati in un mercato di nicchia in cui non è semplice inserirsi e ci siamo trovati non per strategia ma perché ci hanno coinvolto. Oggi è persino difficile indicare dove non siamo stati, tant’è che il nostro sito non rappresenta che una minima parte della storia che abbiamo alle spalle: abbiamo lavorato persino in Siberia, e negli ultimi due anni portato avanti progetti importanti per Dior, quello che abbiamo terminato a giugno è stato forse il più importante in Europa».

Che ripercussioni ha avuto la pandemia su di voi?

«Abbiamo chiuso il 2019 con 11 milioni di euro di fatturato. C’è stato un rallentamento nel 2020 e, soprattutto, abbiamo dovuto posticipare alcuni lavori. Ma dico anche che quegli 11 milioni sono forse superiori alle nostre dimensioni, torneremo sotto i 10, cifra che meglio rappresenta quella che è la nostra reale forza oggi».

Diego Zilio

Ufficio Stampa Confapi Padova

stampa@confapi.padova.it

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